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Petilia e Mesoraca insieme in un libro
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Palazzo Altemps visto da piazza Sant’ApollinareDal 21 al 24 marzo le classi terze dell’Istituto Magistrale di Mesoraca hanno organizzato una gita d’istruzione a Roma e Gallese per visitare i monumenti degli  Altemps, una famiglia che ebbe, tra gli altri, anche il feudo del nostro paese per un periodo che supera i duecento anni e precisamente dal 1584 al 1806.

SULLE ORME DEGLI ALTEMPS


 Il palazzo Altemps dei duchi di Mesoraca e di Gallese è situato nei pressi di piazza Navona, tra via Soldati e piazza S. Apollinare, ed ospita da alcuni anni una sezione del Museo Nazionale Romano. Venne costruito a partire dal 1477 dal conte Girolamo Riario che doveva sposarsi con Caterina Sforza, nobildonna milanese. Avendo bisogno di una residenza che fosse a livello del lignaggio di questa dama, comprò un piccolo appezzamento di terreno vicino al fiume e accorpò alcune case quattrocentesche che già esistevano, come si usava fare spesso in quel periodo. 
Il progetto venne affidato a Martino Longhi che costruì la prima versione del palazzo.

In realtà gli Sforza –Riario non vissero molto nel palazzo. Infatti nel corso del Cinquecento fu dato in affitto a cardinali. Nel 1568 il palazzo fu venduto al cardinale Marco Sittico Altemps al cui nome è legata la storia dell’edificio per almeno tre secoli.  Intorno alla metà dell’Ottocento l’ultima degli Altemps, cioè Lucrezia, sposò l’ ufficiale francese Giulio Hardouin, il quale vendette il palazzo alla Santa Sede che lo ha utilizzato come seminario fino al 1982 quando è stato venduto per  cinque miliardi allo Stato Italiano. Dopo tredici anni di lavoro di restauro costati altrettanti miliardi, il palazzo è stato riaperto nel dicembre del 1995 ed oggi ospita, come abbiamo già detto, una sezione del Museo Nazionale Romano (Soprintendenza archeologica di Roma). 
L’edificio sorge in un’area anticamente occupata dalle officine del marmo. Ciò che resta  di quel periodo è oggi visibile grazie al restauro portato a compimento dalla Soprintendenza  dei Beni Archeologici e del Ministero ai Beni Culturali ed Ambientali. affresco raffigurante il Papa S. Zosimo da Reazio (Mesoraca) e San Famiano

Lo stile tipicamente rinascimentale che riconosciamo facilmente oggi soprattutto nelle facciate esterne e nel cortile interno, è il frutto della ristrutturazione progettata ed eseguita tra il 1585 ed il 1589 dall’architetto Martino Longhi. Nel su periodo di massimo splendore tra la fine del ‘550 e l’inizio del ‘600,  il palazzo custodiva una vastissima collezione di marmi successivamente dispersa in altre collezioni e una vastissima biblioteca confluita in parte nella vaticana. 
Tra le cose più belle del palazzo, oltre alla vastissima collezione di marmi  tra cui la Giunone Ludovisi, amatissima da Goethe, ricordiamo il cortile, la loggia dipinta  e la cappella di S. Aniceto. Iniziato da Antonio Sangallo nel 1513 e ultimato da Martino Longhi nel 1589, dopo un altro intervento di Baldassarre Peruzzi, il cortile si sviluppa in tre ordini su cui sono scolpiti ed affrescati gli stemmi della famiglia Altemps e quello della famiglia Orsini, cioè una rosa con una fascia dorata e una piccola biscia (Cornelia Orsini era la moglie del figlio del cardinale Marco Sittico Roberto). In fondo al cortile si trovano quattro sculture altempsiane, mentre sulla destra è la fontana, su cui sono collocati lo stemma cardinalizio di Marco Sittico Altemps, lo stemma del figlio Roberto costituito da uno scudo con un caprone o stambecco rampante e quello del ponte colpito da un fulmine.

Quest’ultimo, ai lati dell’arco che racchiude la fontana, è uno stemma che si rifà ad un avvenimento del Trecento, quando un antenato di Marco Sittico, combattendo contro gli svizzeri a fianco dell’arciduca Leopoldo II, morì cadendo da un ponte.  
La loggia dipinta, di gusto esotico risale a Marco Sittico. Animali e frutti che ornano il pergolato”sono quelli scoperti con le esplorazioni geografiche” e appena importati dall’America.  Vi si ammirano una fontana con mosaici in pasta vitrea e alcuni busti dei cesari facenti parte della collezione Ludovisi. 
La cappella di S. Aniceto è una vera e propria chiesa consacrata nel 1817 per volere di Giovanni Angelo e dedicata , appunto, a S, Aniceto papa e martire e alla Vergine della Clemenza. Per capire questa scelta bisogna tornare indietro nelle vicende familiari degli Altemps. Il cardinale Marco Sittico ebbe una relazione con una nobildonna genovese di nome Camilla Bonfigli. Da questa relazione ebbe due figli, Altea e Roberto. Di Altea non si sa molto in quanto entrata giovanissima in convento, uscì dall’asse ereditario. Di Roberto, invece, abbiamo una biografia abbastanza vasta. A Roma, dove venne presentato come figlio del cardinale alla società e allo stesso pontefice, gli vennero attribuite molte cariche pubbliche. Sposò quasi ventenne Cornelia Orsini e divenne duca di Gallese e utile Signore di Mesoraca. Ma dopo il matrimonio rapì una ragazza per cui  Sisto V detto il “Papa Tosto”, che aveva ripristinato la pena di morte per adulterio, lo fece decapitare. Pochi giorni dopo la sua morte la moglie diede alla luce un bambino a cui venne dato il nome di Giovanni Angelo. 
Giovanni si dimostrò diverso sia dal padre che dal nonno vivendo sempre nel palazzo e dedicandosi alla ristrutturazione e all’abbellimento della dimora di famiglia. Ma soprattutto si dedicò alla riabilitazione della memoria del padre. 

La sentenza capitale subita dalla famiglia venne percepita come iniqua sia da Marco Sittico (che per “ricordare le suppliche inascoltate si dedicò al culto della Madonna della Clemenza”), sia da Giovanni Angelo.  A tal fine riuscì a dimostrare che le spoglie di un martire non ben identificate trovate sulla via Appia fossero quelle di S. Aniceto, uno dei primi pontefici vissuto nella seconda metà del secondo secolo. Inoltre Giovanni Angelo ordinò ad uno storico la vita del Santo inventando il martirio per decapitazione. Gli affreschi su S. Aniceto, quindi, non sono altro che un’allegoria delle vicende della famiglia e in particolare della decapitazione di Roberto. 

Nella chiesa si ammira anche un affresco raffigurante i santi Zosimo e Famiano, il primo papa di Mesoraca vissuto nel V secolo, il secondo monaco cistercense patrono di Gallese, un comune in provincia di Viterbo che fu, come Mesoraca feudo degli Altemps. L’affresco venne aggiunto nel 1766 quando nel palazzo viveva lo storico e sacerdote di Mesoraca Andrea Fico.

 

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